La lotta contro il “Mega progetto idroelettrico di Xalalà”

Un tema cruciale nello stato del Guatemala, e più specificamente nella regione di Ixcan/Coban, è il conflitto socio-ambientale: popolazione e diritti umani sono minacciati da megaprogetti incrementati da imprese sostenute dal governo, in particolare dalla costruzione della diga di Xalalà sul fiume Chixoy, il terzo più grande dello Stato. Si tratta di un progetto idroelettrico mastodontico e la diga diverrebbe la seconda per capacità.

Il governo di Otto Pérez Molina (presidente dal 2012 al 2015) l’ha dichiarato una priorità per lo Stato senza verificare altri metodi alternativi, ne considerando l’impatto ambientale seppur, secondo uno studio del “Banco Interamericano de Desarrollo”, l’America Latina abbia un gran potenziale di fonti di energie rinnovabili locali. L’obiettivo dell’ex presidente Pérez Molina di: “contribuire allo sviluppo energetico sostenibile del paese con equità sociale e rispetto per l’ambiente”, ha generato sviluppo ma, nel contempo, ha violato i diritti umani dei nativi coinvolti. Negli ultimi anni questo conflitto si è esteso, aumentando le sfide alla giustizia sociale.

Il diritto dei popoli indigeni afferma che essi devono essere consultati per tutti i progetti che hanno delle conseguenze sulle loro vite e sul loro territorio, ma, purtroppo è spesso disatteso.

Negli anni 1977-1983 la popolazione vicina al Rio Chixoy ha, infatti, pagato un enorme prezzo in favore alla costruzione della diga idroelettrica più grande del paese. L’impatto comportò la sparizione di centinaia di abitazioni, massacri, distruzione di molti villaggi, spostamenti coatti e le gravi violazioni sono ancora incise nella memoria storica. Un piano di riparazione fu firmato nel 2010 e, solo nel 2015, duecentocinquanta famiglie furono indennizzate dallo Stato.

Nel novembre del 2013 l’impresa guatemalteca INDE (Instituto Nacional de Electrificacion) ha firmato un contratto con un’impresa brasiliana, Intertechne Consultores SA, per elaborare studi geotecnici, sismici, geologici e geofisici per la diga Xalalà, senza informare ne consultare le regioni coinvolte, suscitando così inquietudini e preoccupazioni. Già alcuni anni prima, nel 2009 è stato documentato l’impatto economico, socioculturale e ambientale che il progetto di costruzione della centrale provocherebbe: i siti coinvolti sono novantadue, quarantotto sarebbero inondati e i restanti rimarrebbero invece senza acqua. Un totale di 29’885 persone perderebbero la casa e le proprietà minando così la loro sopravvivenza.

A risposta è stata costituita ACODET. La “Asociación de comunidades para el Desarrollo, la Defensa de la Tierra y de los Recursos Naturales” Nata nel 2008, per difendere il territorio da sbarramenti artificiali della portata di quello di Xalalà rappresenta trentasette comunità ubicate vicino al fiume. La lotta che ACODET svolge dal 2009 coincide con le conclusioni di INDE di desistere dal proponimento iniziale in favore di una catena d’impianti di piccole dimensioni che terrebbe meglio conto delle particolarità morfologiche del terreno.

In giugno dell’anno passato ACODET ha intrapreso il cammino legale perché siano rispettati i loro diritti e ha depositato, di fronte al Tribunale del Contenzioso Amministrativo un ricorso con lo scopo di annullare lo studio di fattibilità. Inoltre il 5 di marzo 2016 la sua assemblea ha firmato un comunicato per la cancellazione definitiva della progettazione del lago artificiale. L’Assemblea ha avuto inizio con un riconoscimento della vita, della resistenza, dell’assassinio di Berta Caceres, leader indigena onduregna e attivista ambientalista, la quale lottò contro la realizzazione d’impianti idroelettrici nel suo paese attraverso l’associazione della quale era presidente. La figura e la lotta di Caceres è diventata emblematica e rappresenta l’opposizione di tutti gli autoctoni.

In gioco ci sono la violazione dei diritti e dei valori democratici della collettività e dei singoli individui: i diritti alla tutela della terra e in particolare del loro territorio, il diritto a non essere espropriato con la forza, il diritto all’acqua e all’alimentazione, i diritti a uno stile di vita adeguato, il diritto a una consultazione preliminare e a informazioni libere e indipendenti, il diritto alla propria identità culturale.

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Rio Chixoy ©AVidoli2016.

Il progetto di Xalalà è una minaccia all’identità e alla spiritualità dell’etnia Maya Q’Eqchi’ perché la loro relazione con la terra è molto profonda e quasi sacra: la diga distruggerebbe il fiume e i suoi affluenti, la terra coltivabile, i boschi e tutto quello che è vita e che rappresenta. Questo implicherebbe lo sradicamento delle persone, togliendo risorse di vita essenziali, creando altri poveri, nullatenenti, senza terra, con lavori precari e senza residenza fissa e facendoli vivere in uno stato permanente di violazioni individuali e collettive dei diritti umani.

Per queste ragioni ci si aspetta dal governo guatemalteco, prima di mettere in atto un proponimento di queste dimensioni, un processo di consultazione conforme agli standard internazionali. I Maya Q’Eqchi’ non vedono il progetto Xalalà come un’opportunità di sviluppo ma piuttosto come un modo ulteriore di sottrarre i loro terreni, riproponendo una situazione di sofferenza già verificatasi durante il conflitto armato interno che comportò l’obbligo a spostamenti forzati. Secondo alcuni studi nella regione Ixcan/Coban avvennero ventitré massacri e la distruzione di trentasei centri abitati. Non è la prima volta che i popoli indigeni sono discriminati ed esclusi, ma ora esigono un riconoscimento e la protezione dei diritti collettivi.

Anna, Guatemala, 23.4.16

Immagine principale: La lotta per la vita, la lotta per l’acqua. ©AVidoli2016.

 

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