Il caso per genocidio

Il 10 maggio 2013 ha segnato una giornata storica per il Guatemala: è stato condannato a ottanta anni di prigione l’anziano dittatore militare José Efrain Rios Montt per crimini contro l’umanità e genocidio. Un solo anno e mezzo di potere, dal 1982 al 1983, è stato sufficiente per radere al suolo decine di villaggi e massacrare l’etnia Maya Ixil. I sopravvissuti furono costretti a fuggire nelle Comunità di Popolazioni in Resistenza sulle montagne guatemalteche, o a raggiungere le Pattuglie di auto-difesa civili, con l’obbligo di sorvegliare e puntare le armi contro i loro propri famigliari, amici e vicini.

La sentenza è stata accolta come un trionfo della giustizia e un riconoscimento delle sofferenze vissute. Questa sentenza è stata molto mediatizzata in tutto il mondo: per la prima volta, un ex dirigente viene condannato per genocidio dal tribunale del proprio paese. Nemmeno dieci giorni più tardi, però, tre magistrati della Corte di Costituzionalità, annullano una parte del processo e invalidano la condanna emessa in precedenza. I querelanti decidono comunque di confermare le prove del genocidio.

Nel dicembre 2015, a risposta di un ricorso inoltrato da un’Associazione per la Giustizia e la Riconciliazione (AJR) e dal Centro per l’azione legale in Diritti Umani (CALDH), la Corte ad Alto Rischio B ha fissato una nuova udienza contro Efrain Rios Montt e Jose Mauricio Rodriguez Sanchez. Sempre nel 2015 ci sono stati due tentativi, in gennaio e in luglio, di riprendere il caso il quale è stato fermato. 

Le udienze, all’insaputa di tutti, sono state fissate per il 16 marzo 2016. Un’ennesima volta Rios Montt compare di fronte alla giustizia assieme a José Mauricio Rodríguez Sanchez, capo dell’intelligenza militare durante la dittatura di Montt e suo braccio destro.

Dopo tre anni, quindi, il processo riprende, ma questa volta in circostanze completamente differenti: si svolge infatti a porte chiuse a causa dello stato di salute di Rios Montt , né il pubblico né la stampa sono autorizzati ad assistere alle udienze. Solamente la presenza di osservatori internazionali è stata concessa durante il primo mese ma, il diritto d’accesso è stato ritirato in seguito alla domanda della difesa. È una situazione preoccupante in quanto toglie visibilità, impedisce un’informazione neutrale e il controllo di un corretto svolgimento.

I querelanti ricorrono di nuovo chiedendo la separazione del giudizio di Rodriguez Sanchez e Rios Montt e la presenza del pubblico e la stampa in aula. Se il ricorso si dovesse risolvere a favore della difesa annullerebbe il lavoro svolto dal Tribunale e riaprirebbe per i testimoni la sofferenza di momenti estremamente difficili vissuti durante il conflitto armato interno.

Malgrado le varie inquietudini che caratterizzano la ripresa di questo procedimento, il Tribunale ha svolto un atto simbolico nei confronti del popolo Maya Ixil.: dopo che i giudici hanno ascoltato la lettura dei piani militari e le prove dell’avvenuto genocidio presentato degli esperti, il Tribunale ha annunciato che si sarebbe spostato per tre giorni di udienza a Nebaj, Dipartimento di Ixil, il tempo necessario per ascoltare le dichiarazioni di quindici testimoni, malati ed anziani non in grado di viaggiare fino alla capitale.

Per questa storica occasione, molte organizzazioni della società civile della regione hanno invitato le vittime del conflitto armato, i loro famigliari e anche tutta la popolazione a supportare i testimoni ed esigere una giustizia che ricostituisca la loro dignità. Molte le donne presenti, tante portavano fiori per dimostrare che la memoria dei loro cari è ancora viva. Le organizzazioni presenti hanno stimato che nel corso dei tre giorni hanno assistito quattrocentocinquanta famiglie provenienti da differenti comunità.

Durante questi giorni sono state di nuovo presentate le testimonianze dei crimini avvenuti tra il 1982 e il 1983, la presenza dei soldati nei villaggi, le case e le sementi bruciate, gli animali uccisi, e soprattutto i numerosi atti di violenza sessuale, maltrattamento e assassini commessi contro la popolazione civile.

Questi incontri hanno offerto l’opportunità di rafforzare la collaborazione tra le diverse organizzazioni della regione: l’evento ha visto anche la partecipazione delle nuove generazioni a testimonianza della volontà collettiva di avere giustizia e che il recente passato non può essere dimenticato.

Il processo ha ripreso il 25 aprile nella capitale. Il percorso verso la giustizia intrapreso dai sopravvissuti del conflitto armato interno è stato lungo, doloroso, pieno di ostacoli, minato dal razzismo e da gravi violazioni dei diritti umani. Nonostante questi passi in avanti il processo è stato sospeso un’ennesima volta dopo il rientro da Nebaj.

Esumazioni, commemorazioni, denunce e azioni giudiziali caratterizzarono il cammino delle vittime sopravvissute. La lotta per la giustizia non è il loro ultimo fine, ma piuttosto un mezzo che garantisca il non ripetersi di queste atrocità in futuro: “Veniamo a dire quello che accadde perché non vogliamo che succeda la stessa cosa ai nostri figli”!.

AnnaVidoli, Guatemala, 20 maggio 2016

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