La sentenza del caso “Sepur Zarco”

La giustizia è infine arrivata per le donne di Sepur Zarco.

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Il 26 febbraio passato, il Tribunale di Alto Rischio A ha reso il verdetto e condannato l’anziano ausiliare militare Heriberto Valdez Asig e il Luogotenente Colonnello Esteelmer Francisco Reyes Girón a rispettivamente 240 e 120 anni di carcere. Per la prima volta nel mondo, i crimini contro l’umanità sotto forma di violenza sessuale, schiavitù domestica e schiavitù sessuale sono stati giudicati in un tribunale nazionale.

Nel luglio del 1982, l’esercito guatemalteco costituì un avamposto per la “ricreazione” dei militari nella comunità di Sepur Zarco (tra Panzós e El Estor, Dipartimento di El Quiché) e vi assegnò dei soldati.

Catturò gli uomini della comunità con la scusa che fossero ribelli e li fece sparire. Le mogli, considerate nubili, divennero di conseguenza “disponibili”.

Per un periodo di sei anni i militi, usando mezzi coercitivi e l’uso sistematico della forza fisica, costrinsero le donne della comunità a servirli, cucinando e lavando i loro vestiti. I soldati non si limitarono però, a sottometterle alla schiavitù domestica, ma le obbligarono anche a schiavitù sessuale, violentandole ripetutamente. Le vessazioni e le sofferenze terminarono solo con la chiusura dell’avamposto nel 1988.

Quasi trent‘anni dopo, alcune delle vittime decisero di farsi avanti con le loro storie. Nel 2011, con il supporto di una rete di organizzazioni femministe, quindici di loro avviarono un procedimento per portare il caso in tribunale, presentando una denuncia per i soprusi subiti nel distaccamento militare di Sepur Zarco.

Nel 2012 sia alcune delle vittime, sia dei testimoni, esposero i fatti in un’udienza preliminare. Durante il processo le donne documentarono di fronte al giudice come i soldati le avessero costrette a subire continue violenze morali e fisiche con ripetuti abusi da parte di più uomini.

La maggior parte di loro fu assoggettata a questa situazione di schiavitù per sei lunghi anni, incapaci di reagire davanti alle minacce di ritorsione sulle loro famiglie ma, nonostante si fossero sottomesse, figlie, madri, sorelle, suocere, cognate furono anch’esse abusate.

Le deposizioni diedero il via all’inizio delle investigazioni da parte del Ministero Pubblico. Si trattò di una prima che ebbe anche un’eco internazionale dato che, in precedenza, nessun tribunale nazionale aveva giudicato dei militari per crimini di guerra contro civili.

Nel giugno del 2014 vennero catturati il tenente colonnello Esteelmer Francisco Reyes Giròn e il commissario militare Heriberto Valdéz Asig.

Nel mese di ottobre dello stesso anno la Corte ad Alto Rischio di Guatemala aprì un procedimento penale, dando luogo all’udienza della tappa intermedia, che consentì, grazie alle prove addotte dall’incartamento processuale, di dare inizio a una causa contro gli imputati.

Nonostante la difesa abbia in tutti i modi cercato di invalidare le prove, avanzando diversi ricorsi per bloccare l’entrata in materia e denunciando in particolare l’imparzialità dei giudici, la Corte Suprema di Giustizia li ha però respinti e la prassi processuale ha potuto continuare il suo corso.

Nel 2015 il giudice del tribunale ha accettato l’attendibilità delle prove ed ha trasferito il processo al Tribunale di Sentenze di Alto Rischio delegando alla giudice Yassmin Barrios, di indire un processo pubblico a inizio 2016.

Il primo febbraio di quest’anno, nella Corte Suprema di Giustizia, ha avuto inizio il processo pubblico che ha portato le vittime a proseguire nel doloroso cammino per far conoscere la “loro verità”, denunciando i soprusi e chiedendo giustizia attraverso la condanna dei responsabili, nella speranza che la visibilità dei loro drammi possa anche servire affinché non si ripetano simili violenze e nessun’altra donna dovrà sopportare oppressione e sopraffazione.

In questo primo giorno si voleva dimostrare l’attendibilità delle testimoni Maya Q’qchi’.

Per tutto il mese hanno avuto luogo molte udienze nelle quali sono stati ascoltati testimoni e differenti periti che hanno supportato la credibilità delle prove presentate dalle quindici donne. Sono stati inoltre ascoltati il tenente colonnello Reyes Girón e il commissario militare Valdez Asig.

Il primo incriminato è stato accusato per delitti contro l’umanità sotto forma di violenza sessuale, schiavitù sessuale e domestica contro undici donne, e per l’assassinato di altre tre. Il secondo affronterà la giustizia per sparizione forzata di sei uomini, sposi delle vittime, e per il delitto contro l’umanità sotto forma di violenza sessuale contro le donne.

Il 24 e il 25 febbraio le organizzazioni querelanti hanno presentato le conclusioni finali nel dibattito pubblico e hanno chiesto rispettivamente per gli imputati Reyes e Asig 1290 e 340 anni di prigione. Il caso Sepur Zarco è giunto alla tappa finale dopo diciassette udienze.

Il 26 febbraio 2016 alle 17.00 è stata ufficialmente pronunciata la sentenza contro Esteelmer Francisco Reyes Giròn e Heriberto Valdéz Asig. La giudice Yassmin Barrios per un’ora ha riassunto quanto ascoltato in questo mese, mettendo in risalto le vicissitudini comuni che caratterizzavano le vittime, ma non dimenticando il tragico percorso individuale di ognuna di loro.

Basandosi sulle testimonianze e il parere dei periti, la giudice è arrivata alla conclusione che i soldati hanno trattato le donne come animali.

La condanna emessa è di 120 anni di prigione per Reyes Giron e di 240 anni per Valdez Asig e ciò è stato possibile solo grazie al grande coraggio delle quindici vittime che hanno rotto il silenzio e denunciato.

Giorno dopo giorno le donne testimoni si sono presentate nascondendo il volto nei loro tessuti tradizionali colorati, e hanno riascoltato gli orrori ai quali sono state sottoposte per ben sei anni. A sostegno del loro coraggio in aula erano presenti relatori speciali dell’ONU, vari premi Nobel per la pace tra cui Rigoberta Menchù (1992), ma soprattutto donne provenienti da ogni regione, che le sono restate a fianco per diciassette lunghe udienze.

Alla fine della sentenza, la sala, gremita di gente, è esplosa in un boato di applausi perché finalmente se è ottenuta giustizia. Le donne inizialmente hanno salutato timidamente con la mano ma, alla fine, si sono alzate levandosi il velo dalla testa e mostrando il volto al pubblico.

Il peso di una società razzista e patriarcale ha significato più di trent’anni di silenzio forzato, dovuto alla stigmatizzazione delle donne, alle quali, per tacitarle, era stato impresso un marchio degradante di disapprovazione.

Durante decenni il sistema giudiziario è rimasto sotto un regime di connivenza che rendeva i colpevoli sicuri di poter godere dell’impunità.

L’impegno di donne e organizzazioni è la testimonianza di quali e quante difficoltà sono ancora implicate per accedere alla giustizia in Guatemala, però è pure una dimostrazione di come sia possibile avanzare e ottenere giustizia per i reati del presente e del passato e la dimostrazione sta nel fatto che siano state emesse delle sentenze contro la violenza sessuale, la schiavitù sessuale e la schiavitù domestica, che sono giudicati ovunque come reati contro l’umanità.

Il cammino intrapreso dalle donne Q’eqchi’ di Sepur Zarco è un esempio di ricostruzione di una parte di storia dimenticata dalla memoria collettiva.

È stata una lotta costante che ha significato molto per le vittime per riacquistare autostima, sicurezza in loro stesse e permettersi di convivere con i loro corpi in modo sereno.

Quando il processo ha avuto inizio, le donne davano la priorità alla ricerca della giustizia per la sparizione forzata e l’assassinio dei loro mariti, la distruzione delle loro abitazioni e dei loro raccolti. Con il passare del tempo invece, si sono riconosciute come soggetti della propria storia e hanno perciò modificato in parte la querela denunciando soprattutto gli stupri e le coercizioni che loro stesse avevano subito durante quei sei, lunghi e orribili anni.

Il caso Sepur Zarco ha assunto una dimensione storica per essere stato il primo processo penale riguardante il reato di violenza sessuale durante un conflitto armato in Guatemala, così come il primo caso di schiavitù sessuale esposto in un tribunale nazionale. Questa procedura ha permesso di dar visibilità alla dimensione nascosta del conflitto armato: la violenza sessuale sulle donne considerate “bottino di guerra” e, come in molti altri paesi di guerra e conflitti, è stata interpretata unicamente come un danno collaterale ed è ormai considerata una realtà ineluttabile per le vittime di questi orribili delitti.

Anna, Guatemala, 7 mars 2016

 

 

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