Non è un caso isolato

In Guatemala, si è appena concluso il caso giuridico della terza miniera di argento più grande al mondo, il mega-progetto responsabile di inquinamento e violazione dei diritti umani. Il reportage ne ripercorre la storia.

Rio de los Esclavos, il fiume degli schiavi. La leggenda vuole che nell’Oriente del Guatemala viveva una popolazione detta Xinca, l’unica della regione a non avere origini maya. Il fiume, elemento naturale e anello identitario, univa i territori occupati. Poi vennero gli spagnoli. Su quel fiume vollero costruire un ponte, e per farlo il più velocemente possibile invocarono il Diavolo, a cui in cambio promisero le anime dei lavoratori fatti schiavi.

Il Diavolo è tornato

Da qualche anno a questa parte la leggenda è tornata attuale e qualcuno dice che il Diavolo è riapparso. Il fiume degli schiavi, che collega 14 comunità contadine dell’attuale regione di Santa Rosa e Jalapa, oriente guatemalteco, irrigando le sue terre, è inquinato. Studi ufficiali confermano la presenza di nitrogeno, piombo e arsenico nell’acqua, con conseguenze devastanti: danni ingenti ai coltivi di mais, fagioli e caffè, i pilastri dell’economia locale; malattie della pelle e cardiovascolari, aumento della percentuale dei tumori. C’è dell’altro: in alcune comunità si ascoltano forti esplosioni e la terra trema per diversi minuti. Di tanto in tanto, poi, si sentono anche degli spari: uno di questi, circa quattro anni fa, uccise Topacio Reynoso. Aveva sedici anni.

La miniera

Secondo alcuni, il Diavolo ha un nome e ha un volto: si tratta della terza miniera di argento più grande al mondo. Il progetto estrattivo è ubicato nel paese di San Rafael Las Flores, dipartimento di Santa Rosa, un paio di ore a est da Città del Guatemala. È parte di una rete di licenze miniere appartenenti alla multinazionale canadese Tahoe Resources; l’estensione totale è di 1290 km². Il volto è quello di un mostro.

Come accade negli innumerevoli esempi di industria mineraria in America Latina e più in generale nel Sud del mondo, i mostri appaiono poco a poco. La prima tappa consiste nell’ottenere la “concessione mineraria”, ossia l’avvallo dello Stato alla grande opera. Per farlo, occorre avere i contatti giusti. Nel caso di Tahoe Resources, 2,3 milioni di dollari per il biennio 2014-15 vennero donati al Ministero dello Sviluppo Sociale, composto dalla lobby del potere economico della élite guatemalteca. La seconda fase consiste nell’effettuare mappature e studi sul territorio: si comincia a scavare in profondità per determinare le proprietà del suolo e la sua ricchezza. Per farlo, naturalmente, è necessario installarsi nella regione: Tahoe Resources, al suo arrivo, comprò terreni presso alcuni privati, contadini abbagliati dal guadagno immediato. La terza e ultima fase consiste nell’inizio dei lavori: si detona la dinamite, si estraggono massi, si impiegano sostanze tossiche per dividere i materiali; si modifica il territorio. E si inquinano le acque, nella maggior parte dei casi. La miniera San Rafael iniziò i lavori nel 2014; il progetto ha una durata di 25 anni ma l’impresa stima che dovrebbero bastarne 18.

Topacio Reynoso

Topacio Rynoso aveva 16 anni quando venne uccisa. La sera del 13 aprile 2014, si era esibita in un concerto di marimba in un festival locale. Poco dopo le 21.30, mentre si dirigeva verso l’automobile insieme al padre, alcuni uomini aprirono il fuoco. Topacio morì all’alba del giorno successivo, mentre suo padre Alex rimase in coma 21 giorni prima di risvegliarsi.

In un paese con un livello di impunità di oltre il 98%, non si seppe mai chi fu l’autore dell’aggressione. Si sa invece chi era Topacio: una leader del movimento giovanile della società civile di Mataquesquintla, la città capoluogo della regione della miniera San Rafael. Si batteva  contro il mega-progetto, denunciava i suoi effetti disastrosi sulla natura e la salute. Allo stesso modo, suo padre Alex era un membro attivo del comitato per la difesa della vita e della pace. Non si seppe mai chi fu l’autore dell’omicidio di Topacio Reynoso, e neppure quello di una seconda aggressione a mano armata contro suo padre, avvenuta il 7 ottobre 2015. Difficile imputare la responsabilità all’azienda, anche perché questa sa come nascondersi: nel business dell’estrattivismo, succede infatti che l’impresa multinazionale – spesso nordamericana, europea o asiatica – contratta una sussidiaria nazionale, la quale funge da prestanome. La sussidiaria assume un’agenzia di sicurezza privata che, a sua volta, sottobanco, paga sicari o mercenari per fare il lavoro sporco. Nel caso della terza miniera di argento più grande al mondo, Tahoe Resources è rappresentata in Guatemala dall’impresa nazionale Minerasa e protetta dalla compagnia di sicurezza privata israeliana Golan, erede dell’apporto militare sionista all’esercito guatemalteco durante il 36 anni di guerra civile. Quella che si concluse con gli accordi di pace nel 1996 e che si lasciò alle spalle il genocidio del popolo Maya Ixil ad opera dei militari di Rios Montt.

Non è un caso isolato

Quello di Topacio Reynoso non è un caso isolato. La lista delle minacce, delle violenze e degli omicidi ai danni di chi si oppone alla miniera è purtroppo molto lunga. Più in generale, in un paese come il Guatemala, ricco di risorse naturali e che suscita l’interesse dell’economia internazionale, il prezzo da pagare è alto. Lo dimostrano le statistiche degli attacchi contro le persone che difendono i diritti umani e dell’ambiente: 657 nel 2013, 813 nel 2014 e 493 nel 2015. Lo dimostrano le drastiche misure repressive adottate dai governi; come quando il 2 maggio 2013, su pressione della miniera San Rafael, venne imposto il regime di coprifuoco nei municipi di Jalapa e Mataquesquintla.

La violenza contro Topacio Reynoso non è un caso isolato: ve ne è un altro, il più emblematico perché consente di ricomporre la catena delle responsabilità. Protagonista è Alberto Rotondo, capo dell’agenzia di sicurezza Golan. Il 27 aprile 2013, ordinò ai suoi agenti di sparare contro la folla che in forma pacifica stava manifestando la propria opposizione alla minieraa davanti alle sue installazioni. Sette persone rimasero ferite gravemente. Alberto Rotondo, sotto inchiesta, fuggì in Perù, dove si trova tuttora in clandestinità. La denuncia delle sette vittime venne però accolta dal sistema di giustizia canadese, dove la corte suprema British Columbia accertò la relazione fra i fatti avvenuti e la multinazionale Tahoe Resources. Per quanto l’impresa abbia convinto 4 delle 7 vittime a ritirare la denuncia, il caso rimane aperto, in attesa di giustizia.

 La consultazione

Quello di Topacio Reynoso non è un caso isolato: si tratta di una resistenza collettiva di tutto un popolo. Tahoe Resources, quando arrivò nell’Oriente del Guatemala, offrì qualche soldo ad alcune persone, comprò i terreni e le pagine dei giornali, diffuse il mito del progresso, dello sviluppo e del lavoro; addirittura arrivò a dire che avrebbe versato il 5% del profitto in contributi al Paese, anziché l’1% come richiesto dalla legge. Quel che si dimenticò di fare, fu chiedere alla popolazione locale se fosse d’accordo o meno con il mega-progetto. Non ci fu consultazione alcuna, come invece prevede la legge secondo l’articolo 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sottoscritto dal governo guatemalteco come simbolo di un compromesso con il Diritto Internazionale. Tahoe Resources giustificò tale mancanza spiegando che nella regione non esisteva alcuna popolazione indigena a cui chiedere un’opinione: in altre parole, cancellò in un istante un popolo intero, la sua storia e i suoi diritti. Lo stesso popolo, così, cominciò a mobilitarsi in modo pacifico e determinato. Per rivendicare la sua identità, per dimostrare di esistere. E per difendere la vita e la terra da un modello di progresso insostenibile e al servizio dei pochi e soliti noti.

Giustizia

La protesta arrivò persino nei tribunali e il 25 ottobre l’istanza giuridica più alta, la Corte Costituzionale, confermò la sospensione dei lavori dell’impresa. Un messaggio forte, poiché dimostrava che nonostante gli interessi miliardari, la banca mondiale, le lobby internazionali e la corruzione, per i popoli indigeni esisteva una possibilità, un appiglio anche dentro il quadro giuridico e legale. Nell’attesa della sentenza finale, il presidio permanente del popolo Xinca di fronte alla Corte Costituzionale situata a Città del Guatemala continuava.

Meno di un anno dopo, lo scorso 4 settembre 2018, il verdetto della Corte Costituzionale: il popolo Xinca esiste e pertanto la consultazione andrà fatta obbligatoriamente; poi l’impresa potrà riprendere i lavori. È un richiamo all’ordine, un rimarcare le differenze e le gerarchie. È un modo come un altro per dire che la popolazione indigena esiste, ma ciò che fa e ciò che pensa non ha valore alcuno. Del resto, lo stesso Diritto Internazionale precisa che la consultazione è necessaria, ma che il risultato della stessa non è vincolante. È un modo come un altro per dire che la giustizia è un valore fondamentale, ma solo se al servizio dell’economia.

Responsabilità

L’omicidio di Topacio Reynoso non è un caso isolato. Non lo è neppure l’attitudine del colosso dell’industria mineraria Tahoe Resources né la risoluzione della Corte Costituzionale guatemalteca. È purtroppo una tendenza, osservabile ovunque si parli di risorse naturali, multinazionali e interessi miliardari. Per questo motivo, in Svizzera, alcune ONG e cittadini di coscienza hanno lanciato un referendum per chiedere alle imprese con sede in territorio elvetico maggior responsabilità e attenzione al rispetto dei diritti umani e dell’ambiente. Multinazionali responsabili: un ossimoro, certo, e forse addirittura un modo come un altro per dire che democrazia e neoliberismo possono convivere. Ma forse anche un modo per cominciare a riflettere, per capire che si tratta di una questione fondamentale. Per fare sì che col tempo, Topacio Reynoso rimanga un triste caso isolato.

Tullio Togni

This article has been published in La Regione on october 31, 2018.

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